Turislucca

La devozione, la solidarietà e la pestilenza. La cappella sulla via per Meati a Lucca.

Facciata Cappella di Meati

Ci sarò passato davanti chissà quante volte e da tempo mi riproponevo di prenderla in considerazione. Mi riferisco alla cappella di notevoli dimensioni che si trova lungo la via che da San Donato, passato il semaforo che incrocia il viale che conduce verso l’autostrada cosiddetta “Bretella”, prosegue verso Meati, subito dopo il sottopasso autostradale.

Ultimamente, da disoccupato, ho molto tempo per passeggiare lungo le strade di campagna. Spesso mi sono imbattuto in edicole votive più o meno ben conservate, ben visibili presso i crocicchi delle strade paesane. Sono dedicate ai più disparati santi; alcuni più strettamente legati alla devozione locale, altri molto noti, quantomeno in tutta Italia. Nessuna però è comparabile a quella che vi voglio descrivere oggi, pur essendo ormai decontestualizzata da quella campagna che in origine la doveva circondare. Ai nostri giorni, infatti, è circondata da costruzioni industriali recenti di scarso o nullo valore estetico.

La sua particolarità non sta tanto nelle dimensioni, che sono tali da poterla quasi definire una chiesetta più che una cappella, quanto alla esplicita dedicazione ai due santi protettori contro la peste: San Rocco e San Sebastiano. Fu edificata, ahimè, in occasione di una delle più celebri pestilenze della storia europea. Quella descritta dal Manzoni nel romanzo “I promessi sposi”, che iniziò nel 1629 e che si espanse poi in tutta la penisola italiana.

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La dimensione della tragedia conseguente alla peste bubbonica è, nel caso di questa cappella, evidenziata grazie ad una enorme fascia di pietra arenaria che attraversa in orizzontale tutta la facciata, subito al di sopra della porta d’ingresso.
Su questa fascia si legge scolpito a caratteri cubitali:
“PIORUM ELEMOSINIS ANNO PESTIS MDCXXXI “.
La dimensione di tale scritta non ha paragone con altre presenti in chiese coeve e non la ritroviamo nemmeno nella chiesa cittadina del Suffragio, oggi auditorium del conservatorio Boccherini, edificata con il medesimo scopo in occasione della medesima pestilenza.
Appena sopra l’architrave della porta si nota un cartiglio in marmo con cornice in arenaria decorata che si presenta come un cammeo con al centro l’immagine del buon Pellegrino Rocco la cui ferita alla coscia, infettatasi, fu sanata dalla lingua del cane inviato da Dio. Il cane del rilievo marmoreo purtroppo è oggi acefalo.

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La qualità di questa opera devozionale è comunque altissima. La realizzazione della figura risulta infatti armonica grazie alla giusta composizione fra l’elegante fluire dei panneggi e la composta espressione di preghiera del Santo, che si rivolge con il viso verso l’entità divina.
Più in alto, sotto lo spiovente del tetto, si trova una nicchia circolare con una piccola statua in terracotta raffigurante San Sebastiano alla colonna.

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L’iconografia del Santo soldato trafitto dalle frecce dei suoi compagni per non aver obbedito agli ordini del comandante che gli imponevano di uccidere dei cristiani, è quella canonica ben conosciuta dai toscani e, soprattutto, dai lucchesi. Il riferimento e forse l’archetipo va al celebre San Sebastiano di Matteo Civitali, che si trova dietro la cappella del Volto Santo nella Cattedrale di Lucca.

Ritroviamo però anche molti San Sebastiano quattrocenteschi con le stesse fattezze, di qualità più o meno alta, nelle edicole delle campagne e nelle nicchie delle città toscane. Ovunque, in loro, colpisce la nudità. Un elemento questo che certamente negli esempi dei grandi artisti assume un ideale di bellezza edonistica che si rivela tipica espressione di un Rinascimento colto.

Qui, al contrario, la nudità appare piuttosto come l’espressione sincera e spontanea di una vulgata desiderosa di mostrare la misera compassione per l’umana specie, fatta di carne e sangue. Elementi questi corruttibili e limitati nel tempo di fronte agli eventi spesso catastrofici voluti dalla natura e quindi dalla volontà divina.

Arte? Storia? Certamente.

Ma pur tuttavia, quanta devozione e rispetto riesce ancora ad evocare ai nostri giorni questo edificio chiuso ormai a tutti! Quante disperate invocazioni ci fa immaginare si siano innalzate al cielo e ai santi raffigurati in facciata affinché tutto il dolore e le paure prima o poi cessassero! Ed oggi che una diversa “peste”, ma sempre invisibile e capace di falciare uomini e donne, fa tremare gli abitanti di tutto il globo terrestre, la presenza di queste testimonianze di storia passata ci devono indurre quanto meno a riflettere.

Che i credenti preghino e assieme a tutti gli altri abbiano la cura di sostenere chi più di noi avrà bisogno.

Gabriele

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