
Lucca mantiene intatta una fortificazione di epoca tardo rinascimentale – barocca costruita e modificata in più riprese nell’arco di quasi trecento anni dai più qualificati architetti del tempo. Eppure non subì mai nessun assedio ne mai si sparò da quelle mura un sol colpo di cannone verso un qualsivoglia nemico. E’ questa una delle più belle storie che possa narrare ai miei clienti come guida turistica locale a parte qualche divertente aneddoto che riguarda le mura e i suoi pigri difensori.
Ben diversa, invece, è la sensazione che provo ogni qualvolta, oltrepassate le sottili mura pisane e varcata la soglia del Camposanto Monumentale di Pisa, passeggio lentamente e con rispetto sotto i suoi lunghi e ombreggiati loggiati. Una volta raggiunta l’estremità orientale del maestoso edificio medioevale, dopo aver calpestato decine e decine di avelli tombali con l’iscrizione e l’emblema del defunto, sempre circondato da uno dei più incredibili e meravigliosi cicli di affreschi presenti in Toscana, i miei piedi si fermano con delicatezza di fronte ad un rettangolo marmoreo. Sopra vi è inciso un qualcosa che sembra un cannone. Sempre sulla medesima lastra, ma più in alto, si legge invece il seguente epitaffio latino che qui traduco poi in italiano:
“Hic iacet Mattheus Argentinas teutonicus machinarus belli magister ducx Qui pro repubricha pisana mosti bus urbem invadentibus me nibustan frattis bello interit pridie isua settenbris MDVI“
“Qui giace Matteo D’Argentina, maestro tedesco di macchine d’assedio e comandante al servizio della Repubblica di Pisa; Cadde in battaglia contro i nemici che invadevano la città il giorno prima delle idi di settembre del 1506.”

Chi era questo comandante tedesco che cadde in battaglia il 13 di settembre, giorno di festa della Santa Croce? Fu certamente uno dei molti mercenari tedeschi specializzati nelle nuove strategie di guerra e in particolare nell’uso delle armi da fuoco. Furono assoldati dalla Repubblica Pisana nel momento della strenua difesa di Pisa. La città fu infatti posta sotto attacco militare e cinta d’assedio dalle truppe fiorentine ripetute volte, per mesi ed infine anni. Alla fine, per stenti e fame, ma non per assalto, la città capitolò l’8 Giugno 1509 e da quel giorno non ritornò mai più indipendente. Di quell’assedio rimangono gli affreschi celebrativi della gloria di Cosimo I di Giorgio Vasari nel salone dei 500 in Palazzo Vecchio a Firenze dipinti fra il 1563 e il 1565, quindi molti anni dopo quei fatti d’arme. I disegni che qui posto raffigurano l’assalto dei fiorentini al bastione Stampace.

A proposito della presa di Pisa è interessante leggere un breve trafiletto sintetico estratto da google IA a proposito di questa presunta conquista a mano armata. “Nella realtà storica fu un fallimento per Firenze. Le milizie guidate da Paolo Vitelli non riuscirono a conquistare la città. I pisani resistettero grazie all’aiuto di Lucca, alle donne e agli anziani”. Non vi è quindi da stupirsi del commento che si legge a margine di una mappa che raffigura Pisa e la sua celebre piazza circondata dalle mura e dai fossati, che ho trovato casualmente nell’archivio di Stato di Lucca nelle carte Guinigi. Qui si legge:
“ Pisa bella e disfatta dai fiorentini dal 1406 in qua”.
Due città divise “ … al monte per che i pisan veder Lucca non ponno. “ di dantesca memoria, 20 km circa di distanza, due stili, due modi diversi di pensare e agire.
Pisa: l’indomabile repubblica marinara “che governa dai monti al mar”. Lucca: la pacifica, populare, picciola repubblica industriosa.