Turislucca

Città deserte

Piazza San Michele deserta

Un touch sullo schermo, poi un dito sulla ” f ” bianca in campo blu, lo scorrere delle immagini. Fermo lo sguardo su alcuni post che mostrano le città d’arte italiane e fra queste Lucca, nel giorno di Pasquetta.

Filmato di Firenze: Duomo e Battistero, piazza della Repubblica, Santa Maria Novella, Piazza della Signoria, lungarni.
Filmato di Lucca: Via Fillungo, Anfiteatro, Piazza San Michele, incrocio di canto d’Arco.
Ovunque strade e piazze deserte. Solo gli autobus urbani, totalmente vuoti, si muovono lungo i loro circuiti prestabiliti come miniature di un diorama dei trenini elettrici.
Sequenza dopo sequenza, scatto dopo scatto, i filmati come le fotografie, cristallizzano ancora di più la sospensione del tempo nell’assenza di un elemento fondamentale: la vita.

Leggo e mi sconcertano i commenti. “Fantastico”, “Che bella Firenze deserta”, “Bella mi Lucca! La vedremo più così bella” e via così, con commenti di assoluto entusiasmo e in parte persino rammarico nel presagire la precarietà temporale “del magico incanto”.
Forse sono una voce fuori dal coro. Certamente non sono un misantropo. Tuttavia, nel vedere tutto ciò, oltre a essere pervaso da un attonito stupore, ho sentito invece il mio cuore, a poco a poco, venire pervaso da una lacerante malinconia.

Io che amo da sempre l’arte e la storia e, di conseguenza la nascita, l’evoluzione, la vita e il decadimento di tutte le stratificazioni che hanno portato le nostre città italiane con i propri edifici e monumenti a divenire esempi di cultura e civiltà le pensò e le voglio … VIVE! Edifici, piazze, negozi, monumenti progettati e fatti per essere vissuti dall’Essere Umano. Tutto è permeato e intriso dalla linfa vitale generata da coloro che li hanno voluti e poi realizzati; è una linfa di vita umana.

Via San Paolino deserta

Negare questo assioma è come voler imporre un esercizio di pura Accademia.
Gli stessi mastodontici, monumentali edifici come le cattedrali, la torre di Pisa, le gallerie e i musei come gli Uffizi e mille e mille ce ne sarebbero ancora da elencare, non avrebbero più nessuna ragione di esistere se osservati come meri oggetti virtuali. Se non li potessimo vivere e ammirare fisicamente, direi quasi come valori tattili, non potrebbero, fra l’altro, neppure essere mantenuti e diverrebbero in poco tempo suggestive rovine abbandonate come quelle di Pompei, di Selinunte o come tante altre vestigia di civiltà sepolte.

Come non apprezzare oggi l’utilità degli smart devices. Questo articolo ne è un esempio concreto, ma, nonostante ciò, affermo il primato dell’esperienza diretta, l’esperienza dal vivo. Io, come guida turistica e quindi come mediatore culturale, voglio e sono in grado di offrire emozioni dirette e concrete di fronte a tutto ciò che voglio far conoscere. Sono io il software, l’interfaccia che si interpone e media fra il soggetto/oggetto concreto preso in considerazione e il mio cliente. Dare cioè la possibilità, o forse il sogno, l’illusione, prima o poi, di far godere direttamente, de visu, di tanta bellezza generata dall’uomo. Offrire, in sostanza, al viaggiatore la possibilità di percepire una moltitudine di “micro sindromi di Stendhal”.

Le “cartoline” da intervallo televisivo, come le ha giustamente definite l’amico giornalista Pacini del quotidiano “La Nazione” di Lucca, non sono a mio parere nel nostro DNA genetico. E chi le desidera, è certamente pervaso da un insano patologico egoismo.
“Cambia, tutto cambia …” recitano le parole di una struggente e bella canzone cilena cantata dalla calda voce di Mercedes Sosa. È vero, tutto cambia. Tuttavia, anche se dovremo ripensare a molte forme di aggregazione e limitare o contingentare per un po’ l’accesso e il godimento dei nostri spazi di vita quotidiana e artistica, il fattore X, cioè il fattore umano, rimane e rimarrà imprescindibile.

Ripensando ancora alle immagini delle città vuote di vita, il mio lavoro e le mie radici culturali impregnate di arte figurativa mi spingono a vagheggiare un pensiero: l’influenza quasi subliminale lasciata in eredità alla nostra cultura da parte di molti grandi artisti i quali, nel tempo, ci hanno donato esempi emblematici della narrazione “dell’assenza”.

Primo fra tutti, mi viene alla mente la “Città ideale”.

città ideale

Opera di anonimo dell’Italia centrale conservato nella Pinacoteca Nazionale delle Marche di Urbino. Questo dipinto su tavola è certamente fra i più alti esempi di astrazione e nel contempo di razionalità matematica teorica dello spazio del Rinascimento italiano. Ma non lontana da questa perfezione, se pure mostra una apparente naturale casualità, è la composizione della “Canestra di frutta” di Caravaggio.

dipinto Canestra di frutta di Caravaggio

Composta e riprodotta ad arte quasi come una architettura che, nella sua concezione, pare pensata per il più puro stile razionalista. Anche nella perfezione di questa frutta colorata, persino apparentemente corrotta dal naturale decadimento delle cose, si percepisce paradossalmente come un’assenza di tempo marcata dall’assenza dell’elemento umano.

Per ultimi, ma forse ancora più suggestivi e ricchi di riferimenti simbolici, i quadri di Giovanni De Chirico. Primo esponente della pittura metafisica dove viene violata costrizione delle coordinate fisiche.
Per lui, seguace della filosofia di stampo prettamente nietzschiano, l’artista diviene il super eroe. Un individuo singolare che fa parte di una ristretta cerchia eletta di malinconici, distante dagli altri umani e in grado di scegliere e di rimodulare le cose che lo circondano al pari di un Uomo-Dio. La sospensione del tempo, uno stato di attesa e poi di superamento dell’essere.

Dipinto di De Chirico
Penso quindi che molti di questi esempi artistici siano divenuti, forse inconsapevolmente o subliminalmente, gli archetipi intellettuali della fascinazione che molti di noi stanno vivendo in questi giorni.
Spazi dilatati dal tempo, dove ogni giorno sembra identico al precedente sino ad un futuro che tende all’infinito ed indefinito.
Una privazione forzata dalla radice della nostra quotidianità.
Una dimensione “divina” , direbbero alcuni? Forse. Ma la mia profonda e radicata essenza umana mi spinge violentemente a superare questa condizione alla quale non appartengo e a tornare alla vita quotidiana degli uomini in città normali, umane, città affollate di gente.

Gabriele

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