Chi avesse una giornata primaverile  da spendere per gustare un pò di Toscana fra colline e uliveti non si dimentichi di Vinci, culla del famoso Leonardo. Pensando alla grandezza dell’uomo, fa contrasto la semplicità e la dimensione del piccolo borgo che ha come fulcro il castello medioevale dei conti Guidi. Va da se che tutto qui parla di Leonardo, anche se in verità, egli ci visse poco e solo nella prima fanciullezza.

Una visita al museo leonardesco che si trova nel castello è d’obbligo e risulta, per gli appassionati di storia delle scienze maccaniche, molto interessante. Le riproduzioni delle macchine teorizzate dal Da Vinci per i più disparati usi, sono accuratamente esposte e le spiegazioni relative rivelano effettivamente quanto fosse già chiaro nella mente dell’uomo rinascimentale molto di quanto oggi esiste e funziona nei nostri convulsi tempi moderni. Leonardo però ha, in un certo senso, inconsapevolmente o magicamente lasciato in terra di Toscana dei germi che secoli dopo hanno fruttato. Come una macchina a orologeria , proprio in concomitanza con gli eventi che portarono all’unità d’Italia, il fiorentino Meucci pose le basi per la realizzazione del telefono inventando il primo rudimentale apparecchio. Immancabilmente l’invenzione venne sottratta dal più scaltro e ricco americano Bell. Osservando però tutti i complessi macchinari leonardeschi, con una punta di rammarico, ogni visitatore costata che tutto ciò avrebbe potuto funzionare già nel ‘400 se … avese potuto applicarevi un qualsiasi mezzo di propulsione che non avesse avuto impulso dall’energia animale. E qui casca l’asino ! Sempre in Toscana, a Lucca nella 1853, in quella che fu un tempo la piccola repubblica lucchese ma da poco facente parte del gran ducato, due uomini uniscono le loro menti e inventano … il motore a scoppio ! I due uomini si chiamavano Eugenio Barsanti di Pietrasanta e Felice Matteucci di Lucca. Non poca cosa se si pensa a quanto la nostra civiltà debba a questa invenzione. Anche loro tuttavia, non assaporarono la gloria perchè l’invenzione gli fu strappata per questioni di soldi dal solito furbo e scaltro non italiano di turno.

Gabriele Calabrese